Annabella Rossi, ritratto di un’antropologa in ombra

Annabella Rossi (Roma 14 settembre 1933 – 4 marzo 1984),  prima etnografa e antropologa italiana a realizzare importanti e vastissime indagini sul campo con la macchina fotografica ed il registratore audio, pioniera nell’utilizzo del videotape recorder e nella sistematica opera di raccolta e archiviazione dei dati di ricerca,  è tuttavia una figura rimasta in ombra, sia per l’appartenenza di genere, sia per il suo anticonformismo che nell’ambito professionale assume tratti originali, spesso antiaccademici.

Della sua vita e della sua personalità molto è stato scritto all’interno di saggi e articoli di ambito antropologico che narrano delle origini borghesi, della famiglia materna di stampo cattolico, del padre ateo, degli studi classici al liceo Giulio Cesare, della tesi di laurea in Storia dell’Arte, conseguita nel 1957 a 23 anni e successivamente pubblicata sulla rivista “Nuovi Argomenti” diretta da Alberto Moravia.

Grazie agli scritti di allievi e colleghi il quadro si completa di particolari che svelano l’immagine di una giovane donna i cui interessi spaziano dalla fotografia, all’arte contemporanea, all’archeologia preistorica, alla museologia.

L’incontro con Ernesto de Martino, avvenuto nel 1959, è determinante nella maturazione e nell’orientamento definitivo degli studi di Annabella Rossi che decide, con ostinata determinazione, di seguirlo nell’esplorazione sul tarantismo, condotta in Salento dallo studioso e dalla sua equipe nell’estate del 1959.  Inserita nel gruppo di ricerca con la qualifica di giornalista, senza grande entusiasmo da parte di Ernesto de Martino, Annabella Rossi inizia rapidamente ad apprenderne il metodo di ricerca, immergendosi completamente nel contesto della “realtà subalterna meridionale” in quella “cultura della miseria” che diventerà luogo privilegiato di ricerca antropologica e di denuncia sociale, nella fusione di rigore scientifico ed impegno politico che contraddistinguerà per tutta la vita il suo lavoro di etnografa, fotografa e saggista.

Le forme della vita associata, della religiosità popolare e la cultura materiale del Meridione italiano diventano iconiche e parlanti nelle oltre 15.000 immagini del corpus fotografico e nell’ingente raccolta di interviste conservati presso il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, con cui già a partire dagli anni Sessanta inizia a collaborare. Parallelamente ottiene, qualche anno dopo, la cattedra di antropologia Culturale all’Università di Salerno e conduce ulteriori ricerche, prevalentemente in Basilicata, Calabria e Campania, dove documenta espressioni coreutico-musicali simili a quelle del tarantismo pugliese, manifestazioni della religiosità popolare e occasioni festive, in modo particolare quelle legate ai Carnevali tradizionali dell’Irpinia, in oltre venti anni di ricerca sul campo dedicati alle forme di vita e alle problematiche sociali della cultura popolare del Meridione.

 

 

Acrobati, fachiri e luna park sotto il cielo di Roma

Sebbene l’incontro con Ernesto de Martino sia fondamentale per Annabella Rossi, le prime fotografie conservate negli archivi del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari testimoniano l’affacciarsi del suo orientamento alla ricerca antropologica già prima della partecipazione alla spedizione demartiniana in Salento.

Tra il 1958 e il 1960, appena venticinquenne, interessata agli studi di Roberto Leydi sugli spettacoli di piazza, e sulla scia della poetica pasoliniana di Ragazzi di vita e dell’immaginario felliniano de La strada, la giovane Annabella, insieme all’amica fotografa e studiosa di tradizioni popolari Rosita Pedretti, seguendo i coevi percorsi di ricerca fotografica nella quotidianità della Roma popolare e periferica di Franco Pinna, Arturo Zavattini e Plinio De Martiis, racconta un’Italia appena uscita dalla Seconda Guerra mondiale soffermandosi su protagonisti e luoghi di una Roma lontana dal centro storico, polverosa e sospesa tra macerie e palazzi in costruzione colta negli anni in cui, con la speranza in un futuro migliore, torna la voglia di vivere, di sorridere, di stupirsi anche davanti alla disarmante semplicità degli artisti di strada, degli spettacoli nei circhi e nelle arene, delle giostre sgangherate di luna park improvvisati nelle lande desolate delle periferie romane.

L’intero corpus fotografico si mantiene in costante equilibrio tra espressione artistica e testimonianza sociale e antropologica e contribuisce in maniera significativa a delineare la figura di Annabella Rossi, non solo come antropologa, ma evidenziandone il linguaggio inedito e contemporaneo, basato sulla moderna etica e sulla tecnica fotografica, fino a quel momento unicamente riservata ad un universo prettamente maschile. Grazie alla sua sensibilità estetica, che traspare dall’intensità dei ritratti di uomini, donne, vecchi e bambini, segnati dalla fatica ma illuminati dalla speranza, Annabella Rossi riesce perfettamente nell’intento di fermare, con ogni mezzo di ricerca, le espressioni culturali di quel “cortocircuito” tra stili di vita coesistenti che ha segnato gli anni 60 e 70 del secolo scorso.

ACROBATI

Spettacoli in piazza – 1958

Vivendo le storie degli ambulanti e degli artisti di strada Annabella Rossi e Rosita Pedretti incontrano anche le compagnie circensi, le gioie e i dolori di una vita affascinante, quella dei “dritti”, termine che nel gergo del circo indica gli artisti girovaghi che vivono in carovana condividendo codici, stili di vita e solidarietà di gruppo, in contrapposizione ai “fermi” o “gaggi”, gli spettatori o anche le figure collaterali al mondo del circo che però non seguono le carovane e non svolgono vita itinerante.

Oltre allo sguardo fotografico incantato dall’aura magica che avvolge questo mondo, l’interesse antropologico di Annabella Rossi orienta la ricerca alle storie di vita di alcune famiglie circensi in modo particolare quelle che lavorano nei piccoli circhi e nelle arene all’aperto, molto diffuse nella periferia romana di quegli anni.

Il racconto per immagini che ne restituisce, arricchito dalla raccolta di interviste e testimonianze di acrobati, clown, equilibristi e cavallerizzi, contribuisce a costruire la storia del circo italiano del dopoguerra, un luogo dove meraviglia e marginalità creano il grande fascino narrativo che attrae, in quegli stessi anni, il mondo del cinema. Tra i circhi e le arene che costituiscono il terreno di ricerca di Annabella Rossi, oltre all’arena Paggiola e al circo DEMAR, compare anche il circo Saltanò, dove Federico Fellini, mutandone il nome in “Circo Giraffa”, ha girato nel 1954 diverse scene del film La strada.

FACHIRI E MANGIAFUOCO

«Signori vi lascio considerare il lavoro che noi facciamo, così estenuante, così logorante, sulle piazze, tanti ci prendono pure per accattoni, non siamo degli accattoni! Siamo degli artisti fuori compagnia, siamo la disoccupazione, e questo oggi è il nostro modo di vivere!».

Con queste parole uno dei tanti “fachiri” che dal dopoguerra alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso si esibivano nelle piazze romane descriveva la sua attività. Personaggi affascinanti e misteriosi nell’immaginario popolare, che li crede provenienti dall’India, gli spezzatori di catene, mangiatori di fuoco, ingoiatori di spade, vetri rotti e monete che Annabella Rossi fotografa e intervista sono generalmente disoccupati che sbarcano il lunario con esibizioni impressionanti e spesso pericolose.

Negli scatti compaiono un mangiafuoco siciliano che si esibisce sulle piazze del quartiere Primavalle, la cui magrezza contrasta con la florida corpulenza del collega Giovanni Bertot, all’opera in una piazza del quartiere Tuscolano, dove sputa fuoco e spezza catene con l’aiuto di un pubblico partecipe e divertito. Protagonisti assoluti di questa sezione sono indiscutibilmente Pietro Santolamazza, in arte Savitry, sua moglie Ambra, detta Cabiria, e il cane acrobata Mambo che salta nel cerchio di fuoco: sarà proprio Savitry, al quale Romolo Marcellini dedica un ampio spazio nel documentario Fuori le mura del 1947 sulle storie di vita degli artisti di strada, ad ispirare Federico Fellini per il personaggio di Zampanò protagonista del film  La strada.

La cultura popolare della giostra

Le piazze italiane, ma anche i semplici spiazzi delle periferie romane in costruzione durante gli anni Cinquanta, hanno rappresentato per alcuni decenni il cuore pulsante della vita sociale e popolare del dopoguerra. Questi spazi pubblici di attraversamento erano infatti cantieri in progress volti a disegnare una nuova topografia urbana. Rimasti per lungo tempo luoghi di incontro, di scambio e di celebrazione, spesso animati da una varietà di attività e da atmosfere curiose e festose, diventano punti di riferimento che favoriscono la coesione sociale consolidando i legami, creando senso di comunità e di appartenenza. Ampi spazi lontani dal centro e, con ogni probabilità, non regolamentati dai comuni, divengono meta di artigiani e braccianti agricoli disoccupati, che si improvvisano gestori di spettacoli viaggianti, inventori e costruttori di giostre. Abitando come nomadi in poveri carrozzoni, questi gruppi di ambulanti, tenuti fuori dai quartieri centrali da appositi regolamenti urbani, privilegiano queste nuove attività alla prospettiva di un’emigrazione verso zone di maggior sviluppo industriale.