Menù
Genesi del progetto
Il patrimonio culturale immateriale ha necessità di vicinanza, comprensione, studio, ricerca, supporto: in una sola parola, di salvaguardia, più che di tutela. La sua dimensione socioculturale, strettamente legata ai contesti produttivi e alle plurali alterità che lo elaborano, necessita di una attenta e consapevole analisi (Colazzo – Gobbo 2022). Pertanto, abbiamo bisogno di prassi e strumenti nuovi che, definiti insieme alle persone, restituiscano il giusto spazio a quei saperi e a quelle competenze ancora sottovalutati, ma presenti e fondamentali in ambito nazionale.
Ci rivolgiamo a praticanti, detentori di saperi, “tesori umani”, “testimoni e patrimoni viventi”. Ovvero, alle persone che ogni giorno costruiscono e animano i propri contesti di vita con saperi e pratiche. Infatti, parlare oggi di patrimonio culturale immateriale significa volgere lo sguardo verso queste complesse interazioni e interrelazioni. Sono infatti le persone che quotidianamente costruiscono (Parbuono – Sbardella 2018; Iuso 2022) e creano quello che definiamo patrimonio culturale, materiale e immateriale; per lavoro, per rappresentare le proprie istanze, per divertimento e per chiedere di partecipare delle politiche di gestione e di indirizzo (Seppilli 2008, Papa 2006), producono interrelazioni, saperi artigianali ed ego-ecologie (Marchesini 2021) che tengono in piedi luoghi (Scarpelli – Cingolani 2013) e paesaggi.
I preziosi local knowledge di cui parliamo producono manufatti e saperi che sono solo la parte visibile di conoscenze, relazioni con i luoghi e le artigianalità. Spesso, ai saper fare si unisce una modalità locale e personale di gestione sostenibile degli ambienti naturali e di vita, che chiama in causa pratiche più sostenibili (art.17 UNESCO 2003 Convenzione per la Salvaguardia del Patrimonio Immateriale). Tali pratiche «matrici» (Ingold, 2016: 14) evidenziano la nostra partecipazione alle strutture vive (Clément 2023), le relazioni fra noi e le altre specie della Terra (Marchesini – Parbuono 2024), così come la intima capacità di ripartizione delle entità e dei fenomeni (Descola 2021, Latour 2018, 2020).
Non si tratta più di appellarsi a «comunità immaginate» (Anderson 1983), ma si è chiamati, come professionisti del patrimonio, ogni giorno, a co-costruire insieme spazi di agentività e progetti condivisi.
In maniera capillare e diffusa si possono individuare una pluralità di soggetti o, meglio, di autori di pratiche e di saperi che esprimono la propria agency su paesaggi, sulla cura dei territori e sulle relazioni di benessere fra gli esseri viventi, ma anche sulla socialità e creatività.
Per dirla in altro modo, ci si propone di lavorare con quei saperi e saper fare, inscindibili dai luoghi e dalle persone, la cui continuità è legata tanto alla maestria tecnica quanto alla «comunità» (Sennet 2012: 57), le cui caratteristiche di incorporazione sono spesso mascherate «di naturalezza» (Pizza 2005: 31), portati avanti nel tempo con la «comprensione in pratica anziché di acquisizione di cultura» (Ingold 2019: 35). Si tratta di saper fare che tengono in piedi paesaggi, comunità e paesi, capaci di dare risposte concrete all’impoverimento culturale e alla perdita di valori, innescando potenziali gestioni più democratiche e consapevoli dei territori (Magnaghi 2020, Marchesini-Parbuono 2022).
Ad oggi, nonostante l’acceso dibattito sull’immateriale (Bortolotto 2008, Cirino 2012, Harrison 2020, Haffstein 2018), nazionale e internazionale, a mezzo secolo dalla Convenzione Unesco per la tutela del patrimonio culturale e naturale (WHC UNESCO 1972, Convention Concerning the Protection of the World Cultural and Natural Heritage) e a un ventennio dalla Convenzione per la Salvaguardia del Patrimonio Immateriale (ICH UNESCO 2003), gli strumenti legislativi italiani non hanno ancora individuato soluzioni adeguate per la tutela e la salvaguardia dell’immateriale; l’elaborazione nel 2008 dell’articolo 7 bis del Codice dei Beni Culturali e del paesaggio (d. Lgs 42/2004) appare un piccolo spiraglio di apertura. Pensato come prima sperimentazione sull’immateriale, esso offre opportunità di tutela, richiedendo che ci siano elementi rappresentati «da testimonianze materiali» in relazione con «i presupposti e le condizioni per l’applicabilità dell’articolo 10». Quindi un “combinato disposto” tra articolo 7 bis e articolo 10 che non produce soluzioni applicabili all’immateriale (Bartolini 2023, Cammelli 2023, Marzano 2023, Piperata 2023, Santa Croce 2023, Severini 2023, Sciullo 2023) e che non parla di persone e di relazioni.
La soluzione su cui si sta lavorando è quella di individuare campi etnografici come casi studio, che in tutte le regioni italiane possano parlare con il proprio esempio e la propria esperienza. Lavorare sulla salvaguardia, anziché sulla tutela, potrà permettere di giungere a processi coevolutivi (Magnaghi 2020) che si proiettino verso una futura utilità sociale del patrimonio culturale, superando i limiti o le contraddizioni legislative dell’applicazione dell’articolo 7 bis (d.lgs. 42/2004) pensato come iniziale risposta alla ratifica della Convenzione (Legge 27 settembre 2007, n.167).
In tale ottica, l’équipe di lavoro dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale da alcuni anni sperimenta un’azione di salvaguardia dei saperi e pratiche patrimoniali tradizionali dei testimoni viventi a rischio di scomparsa, che si stanno mettendo in atto anche con la collaborazione delle Soprintendenze ABAP e delle Direzioni Regionali Musei Nazionali presenti sul territorio.

Incontro ICPI e SSBDEA Università degli Studi di Perugia con Italo Biagioli. Saviore dell'Adamello (BS). Maggio 2024. Foto di Elisa Rondini